L’ANIMALE MORENTE
È rimasta solo la porta a dividerlo dalla pace, basterà girare la maniglia e lasciarsi alle spalle la cornacchia petulante che non fa riempirlo di parole ed attenzioni. Proprio non ci arriva. Lo precede, quasi tagliandogli la strada, si piazza sul bordo dello stipite e guardandolo sorniona gli sorride. “E’ di un mio amico, sai, mi è bastato domandarglielo e non ha esitato a soddisfare questa mia richiesta, ma d’altro canto come avrebbe potuto ritrarsi dal soddisfare i naturali bisogni di un giovane prodigio come voi”, questo disse, la cornacchia, prima di torcere il pomello e rivelargli quel paradiso perduto di cartongesso. “Ti ho già detto non so quante volte, di non trattarmi come una specie di divinità e dammi del tu, mi metti a disagio Francesca!” e così dicendo le passa davanti, stando bene attento a volgerle la schiena, quella gazza smaniosa, sente i suoi occhi addosso.
È un piastrellato pastello, rosaceo come le statuine di gesso salato a scuola da bambino, la prima superficie a catturare l’attenzione di Lorenzo, per poi alzar lo sguardo, andando a pitturare le pareti d’ogni colore e cimelio; in una magione, ecco dov'era finito. Trattenne uno sguardo di disagio, mascherandolo con il più vacillante dei sorrisi, il suo peggior arrocco riuscito. Ma lei non sembrò far caso al suo viso, era intenta a guardarne il corpo, le vene che rampicanti gli si allungavano sulla tempia; andava posando lo sguardo per casa, assicurandosi che i soldi dati a quell’amico del suo ex marito fossero stati ben riposti. Stava per aprir le fauci e rompere il silenzio come una tela di Fontana che come un lampo si girò su quelle sue ballerine vinaccia e corse verso la porta e poi giù il corridoio, insinuandosi nelle scale, quasi fosse un vento ed avesse abbandonato le fattezze d’un corpo.
Lorenzo sentendo i colpi sul pavimento del suo flaccido spostamento si girò anche lui ed accorse alla porta, gettando per l’androne una richiesta, dove diamine si potesse esser cacciata Francesca.
Ed un eco dalle profondità del palazzo gli rispose. Vestiti, ma certo, avevano lasciato la sua valigia in auto, ecco la misura dalla stanchezza e malumore che sentiva addosso terminata la collettiva, quasi la sua coccarda celebrativa, non avrebbe dovuto permettere a quelle parole malvagie e melliflue di distrarlo e mutargli il suo così meccanico vivere. L’avrebbe cacciata immediatamente, appena se ne fosse ritornata, certo non sarebbe andato adi aiutarla anche se, anche se un senso di gratitudine gli stava prendendo le viscere, per tutto il suo prodigarsi, per il cullarlo e cibarlo alla nausea di parole filate. Ma no, l’avrebbe cacciata comunque, aveva una questione urgente da sbrigare, da solo per dio!
Quasi cadde, su quell’asfalto martoriato, gli si incastrò la punta di gesso sul bordo d’un orrido e tanto bastò a far da leva, fortunatamente era arrivata abbastanza vicina all’auto da riuscir a poggiare le mani sul paraurti lilla della sua Ypsilon, ne aprì il portello ed estrasse il prezioso carico, con tanta morigerata ferocia da sembrar olio dalla testa d’una carcassa di balena.
Vide una Moby Dyck risalire le scale, un animale morente trasportato dalle onde sul bagnasciuga, cagionevole e pallida la sua superficie, persino umida ma non di mare, la fatica del trasportare per quattro piani quel suo bagaglio ricolmo di vestiti e set d’avorio. Gli andò incontro e porse una mano ed in lei avvampò la vita, il sangue come una diga che cede non conobbe più restrizione e riprese a scorrere. Negò l’aiuto con un sorriso, strabordante d’emozione, gli parve di veder una bava all’angolo di quelle labbra da lumaca. Si divincolò dall’imbarazzo con agilità vergine, tenuta per i segreti, quei rari momenti di beltà. La seguì dinoccolato, incuriosito e schifato. Tornarono nella navata, chiesa barocca, altare di speranze, capezzale di sogni abortiti. Posò la valigia sul letto di nuvole che s’afflosciarono concave sorprese dal nuovo peso, si girò verso lui e sorrise, una statua inebetita. Gli passò accanto togliendole la polvere dalle venature marmoree, si mise dietro lei, porgendole il ventre, lui satiro e lei ninfa. Permase il tempo d’erigere speranze, il desiderio a crescere, l’apoteosi d’un fallimento e poi bellarsi del dono di distruzione. Demiurgo d’amore.
La ringraziò d’ogni sua premura ed aiuto con sorriso mefistofelico, lei angelo ignaro arrossì un'ultima volta e con lentezza marina si congedò, accostando la porta, lasciandone trapassare un germoglio di luce, raggio di speranza d’un richiamo a cui avrebbe obbedito accondiscendente, cucciolo ammaestrato.
Ma lui gli risparmiò quest’ultima umiliazione e d’anzi si meravigliò di sè per il tempo necessario a cacciarla come s’era detto, che l’estate possa portare l’inverno a scoprir la primavera.
Il palmo incontrò il volto, veemente, ripristinario d’un corpo assente. La perdizione al desiderio, a quella tacita promessa carnale, non avrebbe potuto sopportarla, non per Francesca. Gli era stato sempre detto d’esser come un miracolo bianco e nero, il prodigio degli scacchi, ogni mese gli arrivava per posta, una copia della fanzina inviatagli dal suo club di sostenitori. No, lui avrebbe potuto voler il cielo, la donna più bella del mondo, o quella che il mondo avrebbe ritenuta tale e lei, lei non avrebbe potuto far altro che cadere ai suoi piedi, più precisamente in ginocchio, un ok. corral con il suo cavallo.
Sornione, tronfio, esuberante si diresse verso il letto ed eviscerò la valigia, infilando un braccio sino al gomito nelle sue budella e ne estrasse, a pugno chiuso, manciate di cotone. Che andò successivamente ad ordinare meticolosamente nella seguente successione: 4 paia di calzini uguali ed in egual numero mutande, più precisamente slip e magliette d’un illibato candore. Orgoglioso di tutta quella rigidità, ma non prima d’aver rifatto il letto scomposto a tempesta da quel suo prodigarsi, si versò un generoso bicchiere di tè alla liquirizia, amaro, intenso, carbone bruciato. E solo dopo diverse generose boccate di quel nettare che si permise di disfare il primo bottone della camicia che aveva indosso dalla mattina, e che tutta la collettiva aveva vissuto. Il colletto s’aprì come nuvole ed il pomo d’adamo, timido sole, ne fece capolino.
Sospiri da locomotiva, la ciminiera d’un battello, non avrebbe potuto regger un altro giorno così. Era stata tosta, come sempre e più di sempre. S’era dovuto prodigare come mai prima per vincere ogni partita. Sentiva di star perdendo lo smalto, da che un pomeriggio delle medie vinse la sua prima partita nel retrò del bar di suo padre, con un signore che avrebbe potuto essere suo nonno come avversario. Quanta strada, quanta gloria, aveva paura. L’horror vacui, la vertigine, il divenire e precipitare. Presto si sarebbero tutti accorti del suo ostentare, e nessuno di quei piccioni sarebbe rimasto a far compagnia a lui, misera briciola di pane. Afferrò il bicchiere con ferma volontà ed affondò la gola in esso, sino all’ultima goccia. Quanto gli mancava la madre.
S’innalzò, torre medievale, e con pochi gesti scomposti si decompose degli adorni al suolo e s’accasciò sul talamo.
Il mito era caduto, il suo primo adepto aveva ceduto.