ECHOES

"Rimiravo, oramai d'ore, la folta pallida peluria del singolar esemplare di cervo che s'ergeva d'innanzi a me, fiero; immerso nel prato sterminato, dove eravamo soliti correre beati, negli inverni passati; pareva non badare alla mia figura, continuando a brucare sereno. Il mio foulard, avvolto a modi cappuccio, tutt'attorno al volto, iniziò a sventolare, come fiera bandiera di paesi sconfitti; era il tipico vento che la sera s'alzava, a determinare la fine delle bighellonerie, l'inizio del pericolo. 
Mi diressi frettolosamente verso casa, portando nel cuore e cercando d'imprimere, l’immagine dell’incontro ch’avevo avuto. 
Mangiai, in silenzio, avvertendo le solite parole conviviali, che spesso venivano lanciate sul tavolo, come briciole, scarti; ma questa volta non si soffermarono sulla superficie di me. Avevo altro per la testa. In qualche modo, sapevo che era stato un segno, d'un cambiamento imminente, e questa consapevolezza, di cui ignoravo l'origine, non mi permetteva di rilassare alcuna fibra del corpo mio; ero come se ogni parte di me, si tenesse sempre pronta, in allerta. 
Durante la notte, non so se sognai, o davvero avvertii, un suono, un boato. Mi destai di soprassalto, mio fratello dormiva beato di fronte a me, non curante. Decisi di alzarmi, consapevole che non sarei tornata a letto, non quella notte. Infilai i miei sandali, m'affacciai alla finestra ed uscii, senza pensare uscii. 
Finendo per strada, di notte, varcando le porte del proibito; da che io ricordi, i miei m’avevano ribadito che fosse assolutamente vietato uscire la sera, senza mai soffermarsi sui dettagli, mascherando con rabbia, ogni mia perplessità a riguardo. 
Girato l'angolo dell'ultima pietra, costituente il perimetro di casa; rimasi come folgorata, dalla visione ch'ebbi. 
Strane, immense scatole di ferro si muovevano a velocità elevate, lungo vie, costituite d'una pietra uniforme e contigua, quasi a rimembrare la superfice d'un calmo fiume. 
Ero terrorizzata, non sapevo dove fossi, né perché tutto questo si palesasse a me; così, proprio in quel momento. 
La testa mi stava scoppiando, un acutissimo ronzio s'opponeva al profondo silenzio che si posava come neve fresca nelle bocche d'ogni passante; avente ognuno dei quali, occhi vitrei e privi d'espressione. 
Provai la forte sensazione di scappare, correr via. 
Inizia a provare ricordi, ma che non m'appartenevano, d'altri menti si stavan impossessando della mia. Tutte quelle grida mute, ch'avvertivo, come a raggrupparsi, d'ogni capo, in un unico essere informe. Lo chiamai Echoes, dato il suono ch'emetteva, come a provar a comunicare, o semplicemente come esplicazione del dolere ch'avvertiva; nel suo campo d'azione, s'era come in trappola, percorsi da un senso di vertigine e vuoto, dato dai pensieri della gente. 
M'io volevo tornare a casa ed ogni cosa dimenticare, mi girai, corsi, inciampai in cocci di vetro da poveri sversi sui lati del muto fiume lasciati, mi tagliai, ma non demorsi; avevo un obbiettivo. 
Corsi, per un tempo, che mi parve infinito, mi fermai al di sotto d'un albero, con uno strano uomo vestito di stracci e con un cappello a tela larga sul capo, ed uno accanto a lui, ancora più malconcio; avevano il volto disperato di chi ha visto la morte in faccia ed ha ricevuto il ricambiato saluto. Non ch'io dovessi avere una cera migliore. Quando m'accorsi di non avere idea, di dove si trovasse casa mia, ammesso ch'ancora ci potesse essere, né di dove mi trovassi. 
I ricordi della mia vita precedente stavano iniziando a perdere d'intensità, come un segnale radio che perde potenza. 
Camminai per un parco decorato e dipinto delle più disparate scale ed abbinamenti di grigi, quando lo sguardo mio, fu rapito da una statua, perlacea, disposta nel mezzo d'una fontana dismessa. Rappresentava un cervo, trafitto al cuore con una carta di debito, d'uno strano signore, con un'ancora più stravagante copricapo."
Lei deve accettare questa realtà, la verità. 
D. B. :Signorina, è la stesse storia che da quando è mia paziente lei mi racconta. Samantha, la posso chiamare per nome? O ma chi vuoi che mi risponda, tanto non mi sta mai a sentire. Lei è afflitta d'una grave patologia degenerativa cognitiva. Quello che lei va farneticando non è che altro che uno scudo, da lei creato per negare il fatto che suo padre abbia abusato di lei innumerevoli volte, di sua madre e suo fratello. Lei una notte scappò, ma della sua famiglia non seppe più nulla. Ed il cervo albino, di cui pare ignorandone l’origine, pur essendo molto importante per lei; altro non è che l’insegna luminosa del negozio di fronte alla finestra della sua stanza, quello che per tante notti ha osservate sognando una vita al di fuori di casa sua.
S. L. : Lei non sa un cazzo della mia vita, è facile star lì seduto beato, a prender i soldi che ho sudato; mentre mi ripete che sono pazza, ma non ha mai citato la mia razza. Io sono convinta di quel che ricordo, il resto sono solo voci che vanno e vengono. Per questo sono così, non ha spiegazione quello che il mio cervello cerca di dirmi. Non sa quante volte ho voluto solo porre fine a tutto. I suoi farmaci di merda, per farmi stare calma, mi rendono uno zombie, esattamente come i bambini poveri abbandonati per strada, in quelle cliniche per la salute minorile. Ogni volta, mi sento come persa, senza una meta, in uno stato di apatia, ne gioia ne dolore; solo il macabro silenzio, intramezzato dal battito del mio cuore a ricordarmi che ancora sono in vita. 
Grazie davvero dottore, d'ogni cosa, tenga qui, e non stia a darmi il resto, si compri, come piace definirli a me placebi sociali. 
D. B. : Ogni volta dice così, ma ogni martedì è da me, comunque. Non si dimentichi delle pastiglie, due al giorno, o dovrò farla internare; intesi?
S. L. : Vaffanculo doc.