SULLE ORME D’UNA STELLA

Dal vetro dell’infisso, andondosi a scontrare con una foglia smeraldo, lo sguardo lanciava mentre sorrideva, la mano all’orecchio a sorreggere il cellulare, parlare, ridere, immaginare. Comminava per piastrellati crema, volteggiando fra un mobilio che con tanta cura aveva selezionato, in quel placido sabato pomeriggio danzava. Andava progettando il volgersi della giornata, gli orari ed incastri da rispettare, a che ora sarebbe passata a prenderla, fra quali stelle si sarebbero perse. Le pareva di camminare su sabbia celeste e fra i piedi avvertirne i grani, ma non avrebbe cercato doccia per levarseli, se avesse potuto anzi se li sarebbe tenuti per sempre, farne uno di quei vasetti di sale colorato che da bambina le estati si portava a casa dal mare. Come se fosse in sella ad una stella cometa, e non l’avesse conosciuta il X agosto, ma un’anonima giornata autunnale, eppure stavano viaggiando, stavano volando insieme. Uno di quegli incontri che non puoi spiegare, che la vita a volte fa giri infiniti per poi ritrovarsi; due mondi stranieri, due sempre verdi con radici poste in foreste lontane, eppure le loro foglie si erano trovate, il vento le aveva guidate, come a seguire un richiamo, una promessa d’amore. Quant’insicurezza nei loro primi sguardi, quanta circostanza nelle prime parole, come gatti che per strada s’imbattono l’uno nell’altro, ad odorarsi. Quanta naturalezza nei loro successivi incontri, andando a scoprire d’incastrarsi e completare parti di cuore che ignoravano di possedere. Ma la sera sarebbe venuta, e lei ora stava fissa in mezzo alla stanza, fissa eppure mobile, lo sguardo rivolto quell enorme specchio, che più che specchio lei avevo pensato di mettere uno di quei quadri d'argento, che per orario possedeva la capacità del riflesso. Ed era lì, proprio davanti lei, la sua immagine a guardarla e giudicarla. Quanto doveva esser facile odiarla. E d'improvviso vide la luce spegnersi e non per sovraccarico, le pareti collassare e non per terremoto, solo lei. Solo lei la causa, prese a vagare per posti che non avrebbe voluto visitare. Rivide l'assolata casa romana dei suoi, tutta quella luce e calore che non seppero sciogliere un cuore. Rivide lei sul primo treno per Torino. Quante ore a separarla da tutto quello che era stato, d'un tratto non era più così sicura di voler vivere, di voler perseguire quel sogno, avrebbe solo voluto chiudersi nel bagno e piangere. Gli anni poi le avrebbero dato ragione, a quell’adolescente sognatrice, quanta gioia inaspettata ci sarebbe stata. Quanto avrebbe scoperto esser immenso il cielo, guardandolo distesa sul prato adiacente il Po, così vicine le nuvole, battufoli di cotone, così semplice sognare, amarsi. Ma tutte queste belle parole non avevano la forza di farle compiere un singolo passo, immutata, la sua figura stava, a flagellarsi, martoriarsi per la sola colpa d'aver voluto essere felice. Sapeva esser sbagliato sentirsi colpevole, sentirsi una nullità, avvertirsi brutta. Ma nulla può fare la determinazione contro il baratro del terrore. Almeno questo aveva sempre pensato, questo aveva sempre saputo. La sveglia del cellulare prese a squillare e tanto bastò per farla scrollare; era stata lei a metter quella sveglia, di modo che avesse poi avuto abbastanza tempo per prepararsi, sapendo già che come ogni altra volta non le sarebbe bastato poco tempo, ad essere come lei voleva, accettarsi. 

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Ma quindi erano passate ore? Si chiese, osservando il sole, le cui lame ormai andavano scontrandosi con il muro, bagnando il pavimento dell'ombra mobile del fogliame. Un nuovo sconforto prese a batterle, come ariete la porta, il torace. Un'altra vita gettata dietro all'ansia, un'altra felicità sprecata.Le gambe cedettero, si mise prona, ed un urlo roco le divaricó le labbra, un semplice momento di sconforto, eppure una ferita profondissima le pareva solcarle il corpo.Stette minuti che parvero ore, e gli occhi si bagnarono di lacrime salate, facendosi piccoli, se possibile più di quanto non fossero mai stati, gli stessi che tanto provava a nascondere e se proprio non ci riusciva, gli adornava più che poteva, cercando di renderli enormi, belli come avrebbe voluto. Tintinnó nuovamente, lo sguardo ora attratto dal suono si posò sullo schermo luminoso e lesse qualche lettera fugace. Ma tanto bastò per iniziare un processo, guarigione. Fece un paio di respiri profondi, ed inarcó la schiena ad ingrandire il petto, posò un piede in terra e poi un altro, fú in piedi. Un nuovo grido si fece strada, un grido diverso, rivoluzione. Si diresse verso il bagno, pronta a prepararsi, non per necessità, non per sopperire ad una mancanza, ma per desiderio, per adornare la bellezza che già in lei esisteva. Andando sfoggió un sorriso che le piacque rimirare su ogni superfice riflettente, stupendosi ad ogni nuova immagine di quanto fosse bello, quel semplice gesto d'amore. Quella promessa d'energia, quella semplice smorfia.Un gesto di sfida, quella dannata repressione a cui tanto piaceva torcere lo stomaco, rovinarle gli istanti. No. Non l'avrebbe avuta vinta anche stavolta.Si passò delicatamente la matita sotto le ciglia,ed un rossetto abbinato sulle labbra, una pennellata di fondotinta quasi a polvere di stelle tanto era scarsa la quantità usata. Voleva sentirsi leggera. Davanti il guardaroba prese solo i capi che più le piacevano, anche se la facevano “grossa”, anche se sua madre non gli avrebbe mai approvati, si mise davanti lo specchio e si commosse.L’inesorbaile leggerezza dell’essere, quella che lei così ardentemente aveva cercato negli anni, dalle persone a lei care, fino ai monti più distanti. Ed ora la poteva vedere come polline trasportato dal vento, librarsi per l’aria, posarsi su chi più l’adorava.Quel repentino cambiamento d’umore, fu causato dal più grande cambiamento della sua vita recente, Erica. Una semplice anima, sconfinata nel suo essere, così leggera d’avergli insegnato a volare, e lei ad amare.Presa nei suoi pensieri, non aveva sentito suonare, così che ancora il cellulare si mise a scquillare, ed era lei, la sua Eri. Preoccupata le chiese se qualcosa non andasse, e lei gli rispose di non preoccuparsi che le avrebbe spiegato, tempo di prendere la borsa e sarebbe scesa, e così fu. In macchina, sul suo viso potè leggere il dubbio a cui rispose con un sorriso enorme, un sorriso da bambino, sincero. Le prese il volto tra le mani e lo porto al suo, un bacio raffigurante il mondo. La macchina dopo diversi minuti partì, in cerca di nuove strade, nuovi modi di far l’amore, nuovi modi di ferirsi, amarsi, odiarsi, viversi. In cerca d’energia, in cerca dell’ignoto. 
Insieme.